Nata e cresciuta a Roma Giuliana Facchini oggi vive con la sua famiglia vicino al lago di Garda dove si dedica alla scrittura e dove ama narrare ai suoi figli storie avventurose. Storie che con una scrittura delicata e intensa si sono trasformate in romanzi per ragazzi. A metà novembre nella collana Zonafranca della casa editrice Sinnos è uscito “La figlia dell’assassina”, storia di persone in divenire che forse solo scontrandosi tra di loro riescono a incontrarsi davvero.

Quanto può fare un libro per la crescita di un ragazzo?

Le emozioni indispensabili per la crescita di un ragazzo arrivano da stimoli diversi. Un buon libro rilascia emozioni a lievitazione lenta, penetra la cortina dell’immaginario con tempi precisi che spesso costringono il lettore a una pausa più lunga dei minuti di una canzone o di qualche ora di film. Un buon libro può avere la forza di stupirli o di sconvolgerli, se decidono di leggere. Nulla ha il potere che ha una buona storia. Educarli con saggi, manuali o conferenze può avere un valore, ma fare in modo che si immedesimino in una storia e la sperimentino con l’immaginazione può, alla lunga, influenzare i loro comportamenti e accrescere le capacità critiche.

Il ricordo del primo libro letto?

Tanti. Non uno in particolare. Avevo a disposizione una libreria zeppa di romanzi storici, avventurosi, gialli, romantici, classici e non. Rigorosamente “da adulti”. Piccole donne e Pippi Calzelunghe li ho letti quando ero ormai grande. Una formazione che si potrebbe anche definire diseducativa, se non fossi convinta che per quanto riguarda i libri e i ragazzi non debbano esistere tabù o censure.

Giuliana, se oggi fosse una bambina, che cosa leggerebbe?

Non c’è un autore o un’autrice che preferisco, non so cosa leggerei se fossi una bambina oggi, ma passerei sicuramente molte ore nelle librerie. Per questo sono importantissimi i librai e i bibliotecari competenti.

Come si spiega ai ragazzi a non aver paura ad andare sempre avanti nella vita?

Questa è una domanda molto difficile. Non credo che la letteratura sia salvifica e soprattutto che i libri debbano dare risposte. Non credo neanche nella necessità incondizionata di un finale positivo nei romanzi. Potrei dire che il mio libro La figlia dell’assassina dà una risposta, ma non è così. Ho messo nel romanzo fattori negativi e personaggi ambigui e comportamenti disturbanti di ostacolo a chiunque cerchi riscatto o il coraggio per andare avanti. L’onestà e l’umiltà dell’autore sono importanti. Ho tenuto distante la mia preoccupazione per la protagonista e il dolore che provavo nel vederla inciampare e tentennare. Ho provato con la mia scrittura a emozionare il lettore perché sia lui a prendere per mano Rachele provando a capirla e ad accompagnarla verso una possibile rinascita. Ovviamente ogni romanzo è un salto nel buio per l’autore, queste erano le mie intenzioni, staremo a vedere che cosa diranno i lettori!